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Elezioni europee
26 maggio 2019

Francesco Rabotti

57 anni, sposato, due figli, una nipote, docente di scienze giuridiche ed economiche, docente di fondamenti di morale sociale della Chiesa, avvocato, già manager con un’esperienza professionale ultra ventennale di direzione maturata sia in contesti privati che pubblici, in particolare nel mondo associativo, della previdenza e dei servizi alle imprese, ricoprendo ruoli di responsabilità sempre maggiore, con ruoli decisionali vieppiù crescenti. Ufficiale di complemento della Guardia di Finanza in congedo. Laureato in Giurisprudenza, Baccalaureato, Licenza e Dottorato in Scienze Sociali, Master in Economia ed Etica d’impresa. Accademico AEREC, Accademia Europea per le relazioni economiche e culturali. Già Presidente di IEOPA (Istituto Etico per l’osservazione degli appalti pubblici), associazione dedita a tutte le attività di ausilio in materia di appalti pubblici e procedimenti amministrativi. Presidente del Comitato S.A.LE. (Sviluppo Associazionismo Laicale) nato per la diffusione degli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa e per la organizzazione del Festival della DSC della provincia di Frosinone (nove edizioni già realizzate).

Alcune ragioni che spingono ad agire sul piano politico, almeno per me.

Tutti oggi dobbiamo fare i conti con una storia piena di contraddizioni ed orrori, da un lato una scienza che sterilizza la coscienza, pur potenziando i mezzi, dall’altro, una domanda di senso che, abbandonata l’ideologia, nel porsi il dubbio dell’assenza di Dio, riscopre la fede, il suo significato esistenziale, politico e antropologico.
Sperare, allora, è raccogliere la sfida di testimoniare in un dialogo vivo, consapevoli della responsabilità verso gli altri e abbracciando la prospettiva che bisogna stare con gli altri, sempre, anche quando ti sembra che non ci siano, quando hai la sensazione di essere in compagnia soltanto di te stesso.
Perché l’umanità non è solo “nella propria ombra” ma nella concreta relazione con gli altri che ci spinge a costruire una cultura condivisa.
La storia e la sua interpretazione, il viaggio intorno all’uomo deve diventare il centro della nostra esistenza. Entrare e restare in questa dinamica di dialogo è una sfida che ci coinvolge tutti, per rovesciare l’anima del mondo.
Si annuncia la sfida delle opere: non possiamo più stare a guardare, se vogliamo bene a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri nipoti, all’Italia, all’Europa, all’umanità tutta.
Non possiamo stare a guardare, dobbiamo agire operativamente.
La società post-moderna, tecnologica ed emotiva, sembra trastullarsi davanti al vuoto immaginifico, inconsapevole che sta contribuendo a perpetrare due abominevoli delitti: l’adultizzazione infantile e l’infantilizzazione degli adulti.
Riflettiamoci bene, per non essere attaccati da questo impercettibile quanto insidioso virus: l’adultizzazione infantile, obbliga i nostri bambini a vivere da grandi, senza il minimo rispetto del loro mondo interiore, della bellezza e dello stupore che sono presenti nella loro anima;
l’infantilizzazione degli anziani, cancella in un solo colpo tutta la saggezza e l’esperienza dell’adulto a scapito del vuoto morboso di chi vuole solo convincerci che l’amore sia solo istinto ed emozione casuale, relegando il cuore, l’anima, la volontà, l’intelligenza e la costanza ad altri campi.
E ‘veramente deplorevole dover constatare come il bene più prezioso di una società, che sono da una parte i bambini (perché ne rappresentano il futuro) e dall’altra gli anziani (perché ne sono la memoria portante), venga dissipato così stupidamente e mellifluamente.
Non possiamo stare a guardare, abbiamo detto, ed allora occorre promuovere in Italia ed in Europa la tutela degli anziani e dei bambini con iniziative territoriali, mediatiche e comunitarie, mediante il loro coinvolgimento attivo, nel bene più prezioso che hanno, l’esperienza e l’accoglienza del bene.
Ed ancora un altro esempio: la dignità del lavoro.
Oggi assistiamo ad un fenomeno paradossale, ma sempre più diffuso e preoccupante nella nostra organizzazione sociale e del lavoro.
Il lavoro è, o meglio dovrebbe essere uno strumento di elevazione della dignità dell’uomo in quanto foriero di autonomia ed indipendenza economica e morale.
Invece assistiamo nel mondo del lavoro al propagarsi del fenomeno antitetico, del lavoro come violazione della dignità della persona.
Del lavoro che c’è e di quello che non c’è.
Perché la dignità dell’uomo è offesa non soltanto quando per cause indipendenti dalla propria volontà si resta al di fuori del circuito lavorativo, ma anche quando, per entrarci o per restarci dentro questo circuito, si è costretti a subire ricatti, angherie e soprusi morali, dover ricorrere a raccomandazioni, sopportare umiliazioni.
Ed attenzione, il fenomeno non riguarda solamente i lavoratori dipendenti, ma investe prepotentemente anche la sfera delle libere professioni e sono veramente pochi quelli che sanno resistere alle sirene, del potere, della ricchezza, del successo, in nome della propria umanità e dignità e della ricerca della verità per affermare il principio del bene e non dell’utile.
Ebbene anche qui la politica deve svolgere un ruolo decisivo, dare una mano concreta per rimediare e prevenire le ingiustizie individuali e sociali, rivendicando ed esercitando con forza e fermezza il proprio ruolo di generatore di benessere personale e sociale.
Certamente non siamo soddisfatti di come vanno le cose, dell’ipocrisia che avvolge sovente le istituzioni e gli uomini che le incarnano, della cappa di interessi che copre la verità e la giustizia, della pervasiva tracotanza degli egoismi che soffoca ogni più profondo anelito di amore e al riguardo vengono in mente le parole del grande Vescovo brasiliano don Helder Camara, quando, a seguito della protesta dei campesinos brasiliani disse: questa loro protesta è amore puro.
Ecco alcune delle ragioni che ci hanno spinto ad impegnarci in politica, a sperimentare un modo diverso di praticarla rigenerando e dando vigore ai valori dell’amicizia civile e dello spirito di servizio in una società che sembra dominata da uno stato di conflittualità crescente e da forme di egoismo latente.
Amare, forse, vuol dire anche andare controcorrente.
Certamente per citare un altro grande Vescovo, don Tonino Bello, per fare ciò non indosseremo mai l’armatura di Saul, siamo consapevoli che spenderemmo troppo tempo a lucidarla, ma andremo fieri piuttosto della fionda di Davide, capace di abbattere la minaccia di Golia.
Aiutiamoci, allora, ad aiutarci, rispolverando il coraggio quale virtù collettiva coltivata nella quotidianità.
Il coraggio, badiamo bene, non di chi è disperato (approccio egoistico ed interessato), ma di chi vuole donare una speranza agli altri (approccio altruistico e gratuito).
Ecco il senso della mia candidatura e di tutti coloro che si stanno impegnando nella lista Popolari per l’Italia in questa competizione per le elezioni europee 2019 e che ci spinge a chiedere il consenso convinto e diffuso degli elettori : la costruzione di una comunità che si impegna giorno dopo giorno a migliorare le proprie condizioni di vita e che lo fa responsabilmente ed attivamente , rifuggendo la mentalità ( che per certi versi risulta più comoda e certamente deresponsabilizzante ), della ricerca del cosiddetto uomo forte,dell’uno al comando , che ( non si ha bene idea a quale caro prezzo) si sostituisca al sacrificio e all’impegno dei molti .
Poiché spesso, soprattutto tra i giovani, si usa l’espressione “mitico” per indicare qualcosa di grande e di bello, per meglio spiegare le ragioni del mio impegno pubblico e della accettazione della candidatura in una competizione così impegnativa quale quella delle elezioni europee, voglio ricorrere alla illustrazione di un mito ed alla rilettura che dello stesso è possibile dare, trasponendo l’esempio dal mito, all’impegno politico.
Parliamo di Ercole e di una delle sue “mitiche” sette fatiche.
Ercole, chiamato dal re Augia per liberare gli abitanti dell’Elide sommersi dal letame, ripulisce tutte le stalle in un solo giorno, in una delle sue più famose fatiche.
Nella rilettura del mito che ne fa lo scrittore svizzero Dürrenmatt, Ercole non riesce a pulire le stalle.
Troppo gravoso il lavoro.
Dovranno farlo tutti i cittadini con pale e forconi.
La morale della storia è illuminante: non spetta all’eroe, ma al popolo ripulire la sporcizia del proprio Paese e trasformare il letame in concime.
Quando le parole d’ordine sembrano essere paura ed insicurezza, urge riflettere sulla essenzialità del coraggio.
Il coraggio non è una virtù innata, la si apprende praticandola giorno dopo giorno.
È l’intelligenza del cuore che ci fa guardare con lucidità le situazioni di paura per vincerle, ci spinge a cercare quello che innalza e migliora la nostra vita.
Se la paura ci rende schiavi, il coraggio ci rende liberi.
Non serve il coraggio dell’eroe, occorre esercitare il coraggio legato alle piccole cose di ogni giorno.
Rinunciare alla via più facile, sfuggire la banalità, mostrare il nostro lato debole ed ammettere l’errore, dire la verità, criticare il potente, richiede coraggio.
Serve coraggio per uscire dalle nostre sicurezze, per pensare che possiamo impegnarci in prima persona e assumerci dei rischi non soltanto per il bene nostro, ma anche di quello degli altri.
Ci vuole coraggio per rischiare l’incomprensione degli altri, specialmente dei più vicini, pur di tenere comportamenti coerenti con la propria coscienza e visione della vita.
Il coraggio è virtù del singolo.
Quanti “eroi per caso” anche oggi non rinunciano ad agire, parlare, vivere, come se tutto dipendesse da loro. Li sostiene nelle scelte la certezza dei propri valori, anche quando si accorgono di essere i soli ad agire così nel loro ambiente.
D’altro canto, il coraggio può divenire virtù collettiva, quando le persone di una comunità si sostengono e si incoraggiano con la certezza della fiducia l’uno nell’altra.
E allora che, la certezza di non essere soli, accresce il loro coraggio e li spinge a fare cose più grandi di loro.
Ed Ercole non è più solo con la sua fatica.
La candidatura per un impegno pubblico dà l’occasione per essere protagonisti della nostra esistenza e quella degli altri.
Per migliorare noi stessi e la convivenza sociale, viviamo tutti da coraggiosi e dunque diventiamo “mitici”.

Francesco Rabotti

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